“Beati…! Beati…! Beati…!“
… questa “litania” di beati che Gesù pronuncia vedendo le folle rischia di risuonare nelle nostre orecchie ma non nei nostri cuori ormai abituati, assuefatti, dal loro suono. Eppure le beatitudini mantengono la loro portata provocatoria, paradossale e consolatoria allo stesso tempo: come possiamo considerare beati coloro che piangono, che subiscono violenza, che sono perseguitati, che hanno fame e sete di giustizia, che per la loro povertà in spirito, la loro mitezza, la loro purezza di cuore, la loro capacità di misericordia, la loro opera di pacificatori, sono “calpestati” dai potenti di questo mondo, sono messi ai margini, visti e trattati come dei perdenti? Sappiamo bene come nonostante la prassi di costoro, nonostante tutti i loro sforzi, il mondo continua ad andare avanti con le sue logiche di sfruttamento, di violenza e sopruso, di ingiustizia in tutte le sue varie sfaccettature, e allora dove sta la beatitudine?
Le beatitudini ci narrano come il vivere con il Signore, “l’essere suoi” (per usare l’espressione di Paolo) non solo è il telos (= finalità), la pienezza finale, ma è anche l’origine e il sostegno del nostro pellegrinaggio su questa terra. “L’essere del Signore” dà una qualità altra, beata appunto, al nostro modo di stare al mondo, al nostro sguardo sul passato, sul presente, sul futuro, impastando di speranza e fiducia i nostri giorni, fatti spesso di pianto, di pochezza (materiale, spirituale e umana), di mancanza (fame e sete non solo di cibo ma soprattutto di senso), di prove, affanni e pesantezze di vario genere.
In sintesi potremmo dire che le beatitudini non sono altro che l’intima pace di chi si sa, nonostante tutto, chiamato e sostenuto da Dio che, per mezzo di Gesù Cristo e nella forza dello Spirito Santo, ci rende capaci di attraversare il cammino di questa vita con passo risolutamente lieve, il passo stesso di Gesù che “passò in mezzo a noi facendo il bene e guarendo perché Dio era con lui” (cf. At 10,38).