Un anno senza papa Francesco

La notizia della morte del pontefice ‘venuto dalla fine del mondo’ arrivò nella mattina di Pasquetta. La sua eredità resta preziosa per la Chiesa e vive nel magistero di papa Leone

ALESSIO GRAZIANI

Era la mattina del 21 aprile dello scorso anno, il lunedì di Pasqua. La notizia corse veloce, lasciando tutti attoniti: papa Francesco era morto alle 7.35. Anche se c’era oramai la consapevolezza della sua età avanzata e delle sue precarie condizioni di salute, nessuno si aspettava una dipartita così veloce.

Il giorno prima, seppur visibilmente affaticato, aveva ancora impartito la benedizione dalla Loggia di San Pietro, augurato con la consueta familiarità Buona Pasqua! e salutato con affetto la folla presente in piazza San Pietro. Nessuno pensava che la mattina dopo, nel Lunedì dell’Angelo, il Pontefice arrivato 12 anni prima “dalla fine del mondo” avrebbe reso l’anima a Dio. Eppure proprio in quel transito “pasquale”, nei partecipatissimi funerali che seguirono e nel conclave che portò in pochi giorni all’altrettanto sorprendente elezione di Robert Francis Prevost, i cattolici di tutto il mondo trovarono motivi di conforto e di speranza. La conferma che la Chiesa è, nonostante tutte le sue magagne, guidata e sostenuta dallo Spirito Santo.

Nel messaggio Urbi et Orbi del giorno prima, divenuto il suo testamento spirituale, dopo aver ricordato “la drammatica e ignobile situazione umanitaria” nell’amata Palestina e nella “martoriata Ucraina” (situazioni ancora purtroppo irrisolte e a cui nel frattempo si sono aggiunti altri fronti di guerra, morte, povertà e distruzione) Francesco richiamò i potenti della terra alle proprie responsabilità e tutti gli uomini e le donne di buona volontà alla fraternità universale, riaffermando la fede incondizionata in Gesù Cristo e nella “vita che non conosce tramonto, in cui non si udranno più fragori di armi ed echi di morte”.

Francesco, per le sue scelte e le sue parole, resterà nei nostri cuori come il Papa della riforma in senso sinodale e missionario della Chiesa e delle sue strutture; il Papa della misericordia e della fraternità inclusiva tra tutti i popoli; il Papa dei poveri, degli ultimi, degli scartati; il Papa della custodia della Casa comune, dell’amore francescano per tutte le creature di Dio, in quell’ideale evangelico di una “ecologia integrale” in cui di nuovo si sono incontrate sensibilità contemporanee e spiritualità cristiana. E se anche certe sue scelte o affermazioni potevano almeno inizialmente a volte disorientare e lasciare spiazzati, la sua eredità resta preziosa per la Chiesa di oggi, come più volte il suo successore non ha mancato di sottolineare, mostrando una sostanziale continuità di magistero e ministero apostolico sulle scelte fondamentali che non sono dettate da alcuna agenda politica, ma solo da una fedeltà al Vangelo e alla natura stessa della Chiesa. Martedì 21 aprile alle 18 nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma ove è sepolto sarà celebrata una Messa di suffragio per papa Francesco. Papa Leone lo ricorderà durante il suo viaggio apostolico in Africa e di questo, Francesco, sarà di certo lieto.

SUOR SAMUELA RIGON

«Il volto feriale di una Chiesa fatta di relazioni»

ANDREA FRISON

«Qualche giorno fa sono andata a pregare a Santa Maria Maggiore alla tomba dell’amato papa Francesco, ormai ad un anno dalla sua morte. Sono tante le porte che Francesco ha aperto e molte le riforme che ha avviato nella Chiesa. Ha avviato percorsi che sono ancora in elaborazione o che richiedono ulteriore riflessione, studio, approfondimento ». Suor Samuela Rigon, 60 anni, originaria di Poianella, vive a Roma ed è la madre generale delle Suore Francescane della Santissima Madre Addolorata. Come membro di nomina pontificia suor Samuela ha partecipato alle due sessioni della XVI Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi, nel 2023 e nel 2024.

«Forse è ancora presto per capire veramente quale eredità ecclesiale ha lasciato Francesco – prosegue suor Samuela -, ma senza ombra di dubbio ha avvicinato la nostra Chiesa alla gente e alle sue ansie, ci ha fatto sentire una Chiesa coinvolta nella nostra vita quotidiana. Con il suo modo di pregare, di relazionarsi e di agire ha spezzato la parola del Vangelo per tutti.

Con la sua stessa prossimità, Papa Francesco ci ha mostrato il volto feriale di una Chiesa fatta di relazioni, che si sporca le mani e i piedi nelle vicende concrete della vita delle persone, che non ha paura di rischiare e sbagliare. Una Chiesa aperta che accoglie tutti, che si prende cura, una Chiesa che offre ad ognuno la possibilità di incontrare Gesù misericordioso, e che con lui vuole camminare insieme».

DON RICCARDO PINCERATO

«Con lui i giovani hanno preso per mano la Chiesa»

NAIKE MONIQUE BORGO

«Per la pastorale giovanile, papa Francesco ha fortemente incoraggiato l’accompagnamento, sia nel senso dei giovani che si fanno accompagnare sia nel senso che siano i giovani ad accompagnare la Chiesa. La differenza è stata passare dal considerarli luogo teologico al riconoscerli come soggetto teologico», spiega don Riccardo Pincerato, responsabile dal settembre 2023 del Servizio di Pastorale Giovanile della CEI. Il riferimento è all’Esortazione Apostolica del 2019 Christus Vivit: da una parte la scelta di un percorso di fede (in pieno stile ignaziano) insieme ad una persona più adulta nella fede e dall’altra il grande tema della comunità capace di aiutare la crescita dei giovani, fino a diventare adulto testimone del Dio incontrato. A Roma Pincerato ha avuto modo di incontrare più volte, anche personalmente, Bergoglio. Per questo sottolinea che «l’altro elemento lasciato in eredità dal pontefice argentino è il linguaggio che lui ha espresso in parole, ma anche in gesti e in scelte precise. Basti pensare all’omelia della veglia della GMG di Lisbona e a quel Todos Todos Todos (tutti tutti tutti), che è stato usato in molte altre occasioni perché ha fatto breccia». E un anno dopo cosa resta di questa eredità? «Rispetto al mondo giovanile è stata presa l’eredità di papa Francesco per approfondirla. Da una ricerca recente ho colto nei giovani una vicinanza anche con papa Leone, tanto che nonostante il linguaggio diverso sono disposti a mettersi in gioco anche con lui».

LUCA CASARINI

«È stato un padre per chi cerca di salvare vite nel Mediterraneo»

GIADA ZANDONÀ

Nel mosaico di ricordi dedicati a papa Francesco si inserisce anche la testimonianza di Luca Casarini, tra i fondatori di Mediterranea Saving Humans, impegnata nel soccorso in mare dei migranti. Un rapporto, quello con il Pontefice, che Casarini racconta come profondamente umano e spirituale, capace di incidere ancora oggi nelle scelte quotidiane. «Faccio fatica a pensare che non c’è – confida – perché per anni è stato una guida, un padre, soprattutto per chi opera nel Mediterraneo». Parole che restituiscono la vicinanza di Francesco a chi, tra difficoltà e polemiche, continua a salvare vite in mare, spesso sotto pressione mediatica e politica. «Quando gli dicevamo che tutti ce l’avevano con noi per quello che facevamo, lui rispondeva: “Allora vuol dire che siete nel giusto. Andate avanti, non preoccupatevi di quello che dicono”». Un incoraggiamento costante, che si è tradotto in una spinta a non cedere allo scoramento e alla frustrazione, anche nei momenti più complessi delle missioni. Per Mediterranea, quel legame si è fatto ancora più forte nel tempo, fino a diventare un vero e proprio mandato morale e spirituale. «Ci ha lasciato una direzione chiara: continuare, batterci per la vita», spiega Casarini, richiamando la catechesi dell’8 agosto 2024 come una pagina di Vangelo «per chi è impegnato nel soccorso umanitario. In un mondo segnato, come più volte denunciato da Francesco, da una terza guerra mondiale a pezzi, la sua eredità resta viva nelle azioni di chi ogni giorno affronta il mare per salvare vite».